25 gennaio 2005

Racconti dal treno: Agostino il locomotore (una storia quasi vera)

Agostino era un vecchio locomotore elettrico, così vecchio che ormai lo usavano soltanto per servizi di poco conto, là nel parco binari della stazione centrale. Lui si sentiva ancora in gamba, ma il macchinista che lo aveva in carico una volta gli aveva detto: «Caro mio, tu hai tutto il cablaggio da rifare... Un giorno o l’altro, se non stai attento, ti verrà un bel cortocircuito fulminante e ciao». Ovviamente, di portarlo in officina per una revisione generale non se ne parlava neanche: quei cialtroni che gestivano la rete ferroviaria i soldi per la manutenzione se li mettevano quasi tutti in tasca, e figurarsi se ne avrebbero spesi per quel vecchio carcassone.
Così Agostino passava le sue giornate al deposito, proprio vicino al dopolavoro dei ferrovieri. Si divertiva ad ascoltare i loro discorsi: ogni tanto arrivava anche qualche vecchio macchinista in pensione, che lui aveva conosciuto e con cui aveva viaggiato quando faceva tutti i giorni, più volte al giorno, la Milano-Torino. Capitava che lo riconoscessero e che gli dicessero delle parole affettuose.
Nel bar del dopolavoro c’era anche una televisione, sempre accesa, e Agostino, che di natura era molto curioso, la guardava attraverso una finestra. Quando lo spostavano per qualche servizio e poi lo riportavano lì, lui faceva in modo di fermarsi sempre davanti a quella finestra. Era la sua grande risorsa, quella, e lui ascoltava e ricordava tutto. Soprattutto gli faceva piacere rivedere, ogni tanto, posti in cui era stato da giovane.
Una sera, mentre i ferrovieri giocavano a briscola, la sua attenzione fu attratta da un’intervista a quel trombone del presidente della sua regione, che Agostino, che aveva il cuore rosso da sempre come il fazzoletto di quasi tutti i suoi macchinisti, disprezzava con tutte le sue forze. E quella sera gli fece molto piacere notare che anche quelli della televisione lo prendevano in giro, perché si era messo a parlare di inquinamento e a magnificare i provvedimenti da lui adottati per far calare lo smog davanti a una colonna di fumo nero. Fumo che, più lui diceva di aver pulito l’aria, più diventava nero e denso.
Agostino si domandò cosa mai potesse essere quel fumo così nero ma orlato di bianco, di cui nessuno, e meno che mai il tronfio presidente, sembrava preoccuparsi. Ma certo, ecco cos’era! Una vecchia locomotiva a vapore, riesumata per qualche strana manifestazione. Ma... Agostino si strofinò i fanali e guardò meglio. Era lei o non era lei? Sì, era proprio lei, Giovanna, la sua amica di tanti anni prima! Una distinta e alquanto giunonica macchina nera, con cui lui aveva chiacchierato qualche volta, e di cui, nel suo ardore giovanile, si era anche un po’ innamorato. Ma fra loro non c’era mai stato nulla: la differenza di età era troppa, e lei non sembrava neanche tanto interessata. Solo una sera, al tramonto, in una stazioncina di periferia, si erano trovati entrambi fermi su due binari vicini, fianco a fianco, ad aspettare il segnale di via libera. Il tempo passava, del segnale non c’era traccia, e i due parlottavano fitto fitto, Si era creata una certa intimità, finché a un certo punto, raccogliendo tutto il suo coraggio, Agostino sporgendo un pantografo aveva fatto il gesto di farle una carezza sul duomo. Ma proprio in quel momento, mannaggia, il semaforo aveva abbassato la paletta, e quel crumiro del capostazione non aveva aspettato neanche un secondo a fischiare. Giovanna era partita subito lasciandosi dietro una scia di fumo nero, e da allora non si erano più rivisti. Agostino passò tutta la serata a rimuginare vecchi ricordi.
La mattina dopo, nel parco binari, tutto era tranquillo come al solito. Agostino sonnecchiava, quando fra i vagoni in sosta cominciò a passare una strana agitazione. I vagoni non stavano più fermi sulle ruote, si facevano cenni e bisbigliavano. Agostino tese l’orecchio.
«Hai sentito? Gioele si è rotto!» diceva un vagone letto a una carrozza a due piani. «Ma no, non è possibile!» rispondeva l’altra. «Ti dico che è vero! Gli ero attaccato proprio dietro!»
Gioele era un locomotore dell’ultima generazione: tarchiato e forte, lo avevano messo a tirare lunghi treni notturni su e giù per la linea di Chiasso. Tutti i giorni andava in Germania e tornava indietro. Era un po’ spaccone, ma non era antipatico. E le giovani carrozze lo adoravano. Il giorno prima però, mentre tornava dal suo solito viaggio, una di quelle diavolerie elettroniche che aveva nella pancia era saltata, e lui era riuscito in qualche modo a trascinarsi fino al parco binari, da cui poi non c’era stato più verso di smuoverlo.
Arrivò di corsa il macchinista. «Agostino, forza, muoviamoci!» gli disse, «dobbiamo portare subito Gioele all’officina!»
Agostino nicchiava. Primo perché aveva dormito poco pensando a Giovanna, e poi perché tutta quella sollecitudine gli dava fastidio, quando dei suoi acciacchi nessuno sembrava curarsi. Ma il macchinista era impaziente, e siccome lo conosceva bene e sapeva quanto fosse orgoglioso, cominciò a fargli notare come solo lui, il vecchio Agostino, fosse in grado di fare qualcosa per il giovane e prestante Gioele. Era il tasto giusto: Agostino lentamente alzò un pantografo, e come sempre rabbrividì alla scarica quando l’archetto toccò i fili. Era una delle poche cose che ancora adesso gli davano piacere: la trovava, diceva lui, “elettrizzante”. Si mosse, andò ad agganciare Gioele che si lamentava sommessamente e partì verso l’officina. Come pesava Gioele! Gli sembrava di avere dietro due treni, ma Agostino non si dava per vinto. Glie l’avrebbe fatta vedere lui a tutti, se non era ancora capace di fare i centoquaranta con quel po’ po’ di carico dietro! E tirava come un dannato. Il macchinista cercava di rallentarlo, ma lui non se ne dava per inteso. Piano piano la velocità aumentava: quaranta, cinquanta, sessanta chilometri all’ora... E Agostino tirava sempre più forte, anche se sentiva le resistenze scoppiargli per lo sforzo. Settanta, ottanta, novanta... Adesso il carico gli sembrava un po’ più leggero. Agostino tirò uno sbuffo di aria compressa per il sollievo, e proprio in quel momento si accorse che stava attraversando la stazioncina di L..., proprio quella dove, tanti anni prima, aveva quasi accarezzato Giovanna. Fu un attimo: l’emozione si sommò allo sforzo, sovraccaricando tutti i circuiti, e qualcosa dentro ad Agostino si arroventò e prese fuoco, davanti a tutti i passeggeri che aspettavano il treno delle undici e ventidue e che guardavano stupiti quella coppia: il locomotore giovane evidentemente rotto, e quello vecchio avvolto in una nuvola di fumo acre e puzzolentissimo. Il macchinista aveva azionato il freno appena fuori dalla stazione, era saltato giù e... Piangeva? sì, piangeva. Agostino aveva capito che ormai non c’era più nulla da fare: il fumo gli aveva oscurato i parabrezza e lui non vedeva quasi nulla; tutti i suoi circuiti erano saltati, si sentiva morire... Alla fine scoppiò il tubo dell’aria compressa, il pantografo cadde e Agostino rimase immobile. Dovettero mandare una locomotiva di manovra a portarli via tutti e due.
«Non c’è niente da fare» sentenziò il capo officina dopo una rapida occhiata al disastro di Agostino. «Se me lo portavate prima, si poteva revisionare, ma adesso... Non ne vale proprio la pena.»
«Capo, guarda un po’ qui» gli disse un operaio che teneva in mano la pompa dell’olio di raffreddamento, la cui rottura era evidentemente la causa del surriscaldamento e del guasto di Agostino. «Se fosse un uomo, potresti dire che gli è scoppiato il cuore», rispose i capo. E presa la pompa, la buttò in un angolo, su un mucchio di rottami.

23 gennaio 2005

Racconti dal treno: il piccolo capotreno

La scorsa settimana è stata un vero disastro. Non parlo dei treni, che comunque ce l'hanno messa tutta per complicarmi la vita, ma di una serie di piccoli grandi guai, come la perdita del cellulare poi fortunosamente ritrovato, la rottura di un monitor fondamentale, e tante altre cosette. Per colpa di questi accidenti, venerdì ho cercato di prendere un treno diverso dai soliti, che avrebbe dovuto partire dalla Centrale alle dodici e quindici. Non credo di stupire nessuno annunciando che è partito con quaranta minuti di ritardo, che sono oi diventati un'ora per superamenti di vari treni intercity che nessuno si è sognato di dirci che avremmo potuto prendere per arrivare prima.
Quando è passato il capotreno, gli ho chiesto la solita cosa che chiedo a tutti, e cioè come si fa a parlare con questo fantomatico referente di direttrice di cui adesso, grazie all'incidente di giovedì, so con certezza il nome.
E il capotreno, che evidentemente non ne poteva più, ha cominciato a raccontarmi un sacco di cose su queste sciagurate ferrovie. Molte le sapevo già, molte le immaginavo: storie di corruzione, di lotte interne di potere, e soprattutto di continue dimostrazioni della validità del principio di Peter: In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza. Molte le ho imparate, alcune interessanti, alcune inimmaginabili. Ma non è di questo che voglio parlarvi. È del commiato, che mi ha colpito in modo particolare.
Quando infatti il treno ansimante e stanco stava per arrivare a Brescia, il capotreno mi ha detto: «Beh, comunque, a me tutto questo non interessa molto: ancora tre anni e mezzo, e ho finito.» Io gli ho risposto: «Stia attento, perché poi da pensionato la ripescano e la mettono a fare il tutor di linea» cioè l'incarico su cui avevamo cominciato a discutere e che lui considerava, con ragione, in maniera alquanto dispregiativa.
«Impossibile», mi ha risposto, «me ne vado in Ucraina. Cosa vuole, con la pensione che mi daranno qui certo non posso vivere. Ho già comprato una casa e il terreno... spero solo che la mafia non mi dia fastidio».
Ecco, questa è la conclusione di una vita di lavoro umile ma non certo facile: essere costretto a fare l'emigrante alla rovescia: non quello che va lontano a lavorare e poi torna al suo paesello a godersi gli anni della vecchiaia, ma quello che dopo aver lavorato tutta la vita per il suo paese viene buttato fuori con tanti, anzi con pochi ringraziamenti. Bello il risultato delle politiche pensionistiche dei nostri illuminati governanti.
Tanti auguri, piccolo gentile controllore che mi hai fatto passare un'ora piacevole: mentre i tuoi tronfi capi continueranno a declamare che i treni funzionano benissimo, incassando laute prebende e rubando su appalti e concessioni, tu coltiverai il tuo campicello e guarderai crescere l'insalata. Ma ne sono certo, sarai più felice tu.

A proposito, se volete sapere la causa dell'ora di ritardo con cui ho cominciato questo racconto, eccola: massimizzazione del profitto uguale riduzione del personale, per cui, a causa del ritardo di un altro treno, mancavano i macchinisti che facessero marciare il nostro.

Signori dirigenti delle ferrovie, siete dei cialtroni.

20 gennaio 2005

Verso il disastro?

Voi direte che sono monomaniaco, che non ho altri interessi che i ritardi dei treni, eccetera eccetera... Non è proprio così, ma questo è un periodo... Giudicate voi.
Dunque, stamattina sono rimasto a casa perché in ufficio non avevo appuntamenti, e visto come stanno andando le cose avevo paura di perder più tempo in viaggio che altro. Allora ho attaccato tutte le mie connessioni intermediali e mi sono messo a lavorare a casa, dove ho molte meno distrazioni.
Intanto, il Corriere aveva pubblicato una mia ennesima lettera di protesta; poi, verso le nove, la radio ha cominciato a dare notizie di un guasto terribile lungo la linea... catenaria strappata, a quanto pare. Linea interrotta, ritardi di più di tre ore. Sono stato fortunato.
I miei fax per sapere chi è il famoso referente di direttrice non hanno ancora avuto alcuna risposta (si accettano scommesse se mai arriverà qualcosa).
Signori dirigenti delle ferrovie, lo so bene che lo sfascio della vostra azienda è l'obiettivo primario di un ben preciso disegno politico, ma la vostra colpa è quella di essere acquiescenti e passivi, per non perdere il cadreghino e le corpose prebende che vi paghiamo. Per cui, signori dirigenti delle ferrovie, il mio giudizio nei vostri confronti non cambia: siete degli emeriti cialtroni.

19 gennaio 2005

Racconti dal treno: ma cosa posso mai raccontarvi?

Dopo il disastro di ieri, che era dovuto ad un fortuito accidente, uno si sarebbe aspettato che oggi le cose sarebbero andate nel migliore dei modi. Difatti, verso le otto e mezza il tabellone di Lambrate diceva:





Quando finalmente sono arrivato a Brescia, sono andato all'ufficio assistenza alla clientela (!) a chiedere il nome e il numero di telefono del "referente di direttrice", detto anche "tutor di linea", responsabile per la tratta Milano Brescia. Hanno fatto finta di non sapere di cosa stessi parlando.

Signori dirigenti delle ferrovie, siete dei cialtroni.

18 gennaio 2005

Racconti dal treno: il dramma dell'incertezza

Scusate se sto diventando noioso, ma questo mi serve come promemoria. Potete fare benissimo a meno di leggerlo. Io invece non riesco a fare a meno di scriverlo.
Allora: martedì mattina, otto e dieci: esco di casa, inforco la Rugginosa (il Che aveva “la Poderosa”, l'ispettore Clouseau aveva “la Turbinosa”, e io non posso avere la Rugginosa?) e vado alla stazione. Freddo, non c’è nebbia, sembra una mattina normale. Arrivo a Lambrate e trovo un tabellone delle partenze che sembra la fotocopia di quello che ho pubblicato qualche giorno fa: quasi tutti i treni in ritardo, tranne il mio. Bene. Arrivo al binario, saluto il collega M. e la misteriosa signora che immancabilmente, da anni, il martedì va a Brescia con una valigetta con le rotelle e che poi non vedo più per tutta la settimana, e aspetto. Passa l’Intercity per Venezia: chiaramente in ritardo, ma è normale. Del mio treno ancora nessuna traccia. Comincio a preoccuparmi un po’, anche perché il locale delle otto e un quarto per Brescia ha un ritardo di 25 minuti, e non è ancora arrivato. Questo non è un buon segno. Finalmente, verso le 8:25 (il treno doveva partire alle 8:22), puntuale come un orologio svizzero, ecco l’annuncio: causa guasto tecnico il treno bla bla subirà un ritardo di 60 minuti. Grazie tante: ma non potevate dirlo prima? Ora, dovete sapere che da Milano, intorno alle nove, partono due meravigliosi rapidi che vanno a Venezia. (Cosa servano due rapidi uno dietro l’altro è un bel mistero... Ma non complichiamoci troppo la vita.)
Io non dico che bisognerebbe far fermare questi rapidi a Lambrate per raccattare i poveracci orfani del loro treno, come non dico che bisognerebbe attrezzare un treno speciale o un pullman per quei quattro gatti, perché sono proprio quattro, che scendono e salgono nelle stazioni intermedie, ma a quelli che come me devono andare a Brescia, e per chi va a Peschiera o a Verona non costerebbe nulla prendere uno dei tanti trenini che entrano a Milano, andare alla Centrale, e ripartire in direzione opposta con uno dei due. Già, ma per farlo bisognerebbe sapere per tempo qual è il treno che partirà, anzi, che arriverà per primo.
Tornando a questa mattina, l’alternativa era complicata da quel maledetto regionale in ritardo, che sembrava essere la risorsa più promettente. Discutiamo, ipotizziamo, cerchiamo di modellizzare, da bravi ingegneri, ciò che sta succedendo... E alla fine decidiamo di prendere il locale. Ma anche questo, nel momento in cui dovrebbe arrivare, viene annunciato in ritardo, per un guasto!

Quando finalmente arriva, con un’ora di ritardo, chiedo alla controllora come posso fare per mettermi in contatto con il cosiddetto “referente di direttrice”. E lei, gentile, prova a telefonargli... Beh, ci credereste? Il referente di direttrice ha il telefono spento.

Adesso sono le diciotto e trentasette, e l’orario mi dice che sono di nuovo a Lambrate. Nevica. È tutto bianco. Strano. Il paesaggio mi sembra strano...  Familiare ma strano... Perché su quel cartello c’è scritto Pioltello? Ah, già: perché mi ero dimenticato che stasera a Romano c’è stato un guasto tecnico: dieci minuti di ritardo. E, mentre il mio treno trionfalmente attraversa la stazione, vedo come in un flash un treno fermo e vuoto, con un gruppo di ferrovieri che discutono e gesticolano animatamente, illuminando con le lampade di servizio un qualche congegno fra due vagoni, evidentemente anch’esso guasto.
Arrivo a Lambrate. Ore diciotto e cinquanta. Altri tredici minuti di ritardo. Signori dirigenti delle ferrovie: siete degli enormi, incredibili, stupefacenti cialtroni.

14 gennaio 2005

Poche parole

Le proteste dei pendolari sono servite a qualcosa: la Regione Lombardia ha sospeso i pagamenti alle ferrovie per inadempienza contrattuale, e il direttore regionale è saltato. Adesso ne hanno messo uno il cui cognome tedesco sembra garanzia di teutonica puntualità. Difatti, stamattina il tabellone delle partenze a Lambrate si presentava così (click per ingrandire):





Come si può ben vedere, il mio treno (quello delle otto e ventidue per Verona) è uno dei quattro dichiarati in orario. E, incredibile, si è anche presentato in orario alla partenza. Poi però, rendendosi conto che la sua puntualità disturbava la circolazione ritardata di tutti gli altri, il locomotore ha deciso di guastarsi fra Treviglio e Romano, e così a Brescia ci siamo arrivati alle nove e cinquantuno, con solo, esattamente, trenta minuti di ritardo.
Non vi dico cosa era successo dei treni che stavano dietro al nostro...

Signori dirigenti delle ferrovie, siete dei cialtroni.

12 gennaio 2005

Racconti dal treno: arroganza e idiozia

Cari signori dirigenti delle ferrovie, visto che le cose che scrivo sono evidentemente imbarazzanti e non me le pubblicate su quella raccolta di menzogne che è la vostra rivista, me le pubblico da solo. Qualcuno prima o poi le leggerà.
Cari signori dirigenti delle ferrovie, lasciatevelo dire. Siete dei cialtroni.
Questa mattina, a Lambrate, l’altoparlante annunciava tremendi ritardi sulla linea di Torino, “per cause non dipendenti dalle ferrovie”. L’annunciatrice calcava molto l’accento sulla parola “non”, intendendo chiaramente che per una volta tanto la colpa era di qualcun altro: loro, poverini, questa volta proprio non c’entravano.
Ho pensato al solito suicidio del lunedì, e come sempre ho cominciato a riflettere sulla tristezza di chi se ne va in maniera così brutta. Poi, visto che oggi non è affatto lunedì, ho cercato di convincermi, chissà perché, che fosse un pullman incastrato su un passaggio a livello... Ipotesi poco probabile, ma verosimile. E mi immaginavo questo pachiderma di lamiera messo di traverso sulle rotaie, con intorno uno sciame di ferrovieri, passeggeri, pompieri e chissà chi altro che si agitavano, si davano da fare, cercavano di spingerlo per portarlo via dai binari. Vi è mai capitato di trovare, nella terra, un grosso coleottero morto, uno di quelli che sembrano di metallo, tutti belli lucidi e splendenti, con intorno uno sciame di formiche che cercano di portarselo via? Tirano, spingono, corrono da tutte le parti, e sembra che i loro sforzi non sortiscano alcun effetto. Eppure, a guardarla bene, la carcassa si sposta: un millimetro, un altro, un altro ancora, e se avete un po’ di pazienza fra poco non ci sarà rimasto più nulla.
Bene, adesso prendete un lombrico (il treno), mettetelo lì vicino e avrete davanti agli occhi quello che la fantasia mi suggeriva.
Bah, cose che succedono...
Poi, stasera, ho saputo che invece il blocco della linea era dovuto a un gruppo di pendolari esasperati, a cui, come avrete ormai capito, va tutta la mia solidarietà di pendolare esasperato, appunto.
E quindi, secondo la ben nota teoria per cui tutti i guai sono causati dai passeggeri (vedi l’altra mia nota in proposito), la colpa dei ritardi di oggi non sarebbe stata delle ferrovie, ma di quei giocherelloni dei pendolari che tanto per divertirsi un po’ avevano occupato i binari.
Signori dirigenti delle ferrovie, siete dei cialtroni.

08 gennaio 2005

Torta

L'amore della mia vita ha fatto una torta. L'aspetto è semplicemente meraviglioso, Se è buona quanto è bella...
Domani vi faccio sapere.

07 gennaio 2005

Racconti dal treno - Sette gennaio: nebbia fitta

Eccoci qua, sul solito treno. L’epifania tutte le feste si porta via... e Denise, la graziosa bambina scomparsa di cui nessuno ormai parla più, continua a guardarmi da un cartello appeso alla reticella. Come sempre, il treno è in ritardo. Sto cominciando ad affezionarmi a questo modo di viaggiare: a questa granitica certezza che non so mai quando partirò, ma men che meno so quando arriverò. Una sorpresa continua.
C’è nebbia questa sera: non so dove sono, non si vede nulla se non qualche lampione che galleggia in uno spazio senza dimensioni, ma che mi fa capire benissimo che il treno sta viaggiando a non più di trenta chilometri all’ora. Per forza: davanti c’è un locale, partito con un inspiegabile ritardo di trenta – pardon, ventinove minuti. Ma non è dei ritardi dei treni che voglio parlare: è della nebbia.
Noi della città siamo sfortunati: non ci capita più di trovare quella bella nebbia densa e sporca, quella che a Milano “si tagliava con il coltello”, che cancellava come per magia tram marciapiedi alberi e negozi, sfumando tutto in una tavolozza di tutte le gradazioni del grigio. La tecnologia di oggi ci regala polveri più sottili della buona cara fuliggine di un tempo, attorno a cui il vapor d’acqua non condensa così volentieri.
Mi ricordo, quando ero bambino, che mio padre mi accompagnava a scuola in macchina. Aveva, allora, una giulietta della ditta, di un colore bruttissimo rispetto al bel blu scuro di quella, per il resto simile, del nonno. Questa macchina era dotata della fantastica capacità di non partire mai quando se ne aveva bisogno. Mi rivedo ancora, nel cortile di casa, a guardare giù per la rampa dei box e ad ascoltare il rumore sempre più lento e miagolante del motorino di avviamento mentre la batteria si scaricava. Ogni tanto, dallo scappamento del motore ingolfato, sortiva anche uno scoppio per nulla rassicurante.
Chiunque al mio posto avrebbe pregato tutte le divinità del cielo perché il motore non partisse. Invece io, che sono timido, desideravo il contrario: non per il desiderio di arrivare presto a scuola, ma per il timore che, dovendo andarci a piedi e quindi arrivando con grave ritardo, sarei stato poi costretto a giustificarmi davanti alla direttrice fornendo la più banale e la meno credibile delle scuse.
Invece, com’è come non è, quella dannata macchina all’ultimo ansito del motorino di avviamento riusciva sempre a mettersi in moto. E qui, quando c’era la nebbia, cominciava il bello: per andare da casa a scuola bisognava passare per una piazza rotonda, dove mio padre ed io più di una volta ci siamo persi. Sì, perchè la nebbia era così fitta che si perdeva il senso dell’orientamento, e bastava un attimo di distrazione per perdere anche il conto delle vie di uscita dalla rotatoria. Adesso, nebbia o non nebbia, la cosa non potrebbe più succedere, perché hanno messo i semafori. Ma allora i semafori non c’erano: c’erano, ricordo, due lampade di quelle gialle ai vapori di sodio, ma si vedevano solo all’ultimo momento, quando ormai era troppo tardi. E allora l’unica possibilità era quella di rifare tutto il giro, cercando di stare più attenti e di non perdere di nuovo il conto.
Mi ricordo bene questa strana cerimonia, che alla fine ci portava ad imboccare il viale alberato che andava verso la scuola: con sollievo, perché da lì in poi occorreva andare sempre diritto. Mi ricordo anche che almeno una volta abbiamo perso il conto di nuovo, e di giri della piazza ne abbiamo dovuti fare addirittura due.

01 gennaio 2005

Tanti auguri

Tanti auguri, mondo. Ne hai tanto bisogno. Ma io non sono capace di farteli, perché davanti alle tragedie che stai vivendo la mia penna vale ben poco. Posso solo regalarti il portafortuna che ho costruito ieri sera:


Tanti auguri, mondo.